Forse mi sbaglio, ma non mi risulta che la stampa abbia dato grande risalto al trentennale dalla morte di Étienne Gilson, scomparso il 19 settembre 1978. Gilson non è stato soltanto un grande storico del tomismo – o, per meglio dire, di Tommaso d’Aquino – e della filosofia medievale, autore di grandi e insuperate summae storiografiche (La filosofia nel Medioevo e Lo spirito della filosofia medievale figurano a tutt’oggi in moltissimi programmi universitari): le sue riflessioni sul problema dell’ateismo, ad esempio, sono tra le più penetranti che personalmente mi sia capitato di leggere (L’ateismo difficile, Vita e Pensiero, Milano 1986); ugualmente, per restare su temi “all’ordine del giorno”, meriterebbero di essere attentamente riconsiderate le sue pagine sull’idea di finalismo e di evoluzione, recentemente pubblicate in italiano nel volume Biofilosofia. Da Aristotele a Darwin e ritorno (Marietti, Genova 2003); senza trascurare il suo densissimo (e forse unico) contributo teoretico originale, L’essere e l’essenza (Massimo, Milano 1998).
Da rigoroso medievista qual era, Gilson sconfinava raramente in ambiti di ricerca che gli fossero anche solo parzialmente estranei: per questo non si occupò mai di esegesi paolina o di storia del cristianesimo antico. Ho sfogliato a lungo le sue opere, oggi, alla ricerca di un passaggio che potesse adattarsi a una citazione in questa sede, ma non ne ho trovato alcuno che potesse “stare in piedi” al di fuori del proprio contesto immediato. Così, più semplicemente, ho pensato di farne memoria con un brano che mi è particolarmente caro, tratto da Trois leçons sur le thomisme et sa situation présente (Paris, 1967; trad. it. Il tomismo e la sua situazione attuale, in Problemi d’oggi, Borla, Torino 1967, pp. 11-82: citazione alle pp. 41 sgg.):
Quando mi occupo di filosofie non tomiste ma comunque indiscutibilmente ortodosse, quel che più mi colpisce è il fatto che ciascuna di esse sembra essersi assunto il compito di lumeggiare un determinato aspetto, importante certo, anzi necessario, della verità assoluta e totale. Sant’Agostino con la sua dialettica del tempo e della verità; san Gregorio di Nissa e lo pseudo-Dionigi con le loro teologie negative; sant’Anselmo con la sua fede incrollabile nella necessità della ragione ragionante; san Bonaventura, il cui pensiero metafisico attinge con una naturalezza che ha dell’incredibile il più puro misticismo dell’ascesi; Duns Scoto con la sua metafisica delle essenze che trova coronamento in una teologia dell’essere infinito; per tacere di tanti e tanti altri degnissimi di menzione: ebbene, più li studio e più mi convinco che certuni fra loro sono senz’altro indispensabili, ma che comunque tutti quanti sono utili.
Quando mi sento dire che non c’è teologia capace di interpretare la verità totale della parola di Dio, ci credo, ci credo in partenza e sono sicuro di poterlo dire in piena cognizione di causa. Anzi, dirò di più: tutta quanta la verità contenuta in tutte le teologie prese insieme, patristiche, medievali o moderne, latine o greche, non è all’altezza della parola di Dio; eppure questa verità non aspira ad altro che a interpretare, a illuminare la parola di Dio, quasi a introdurci, ad avviarci alla parola di Dio.
L’osservazione vale per san Tommaso come per qualsiasi altro teologo. Ma l’enorme differenza che scopro fra lui e gli altri è questa: mentre san Tommaso mi permette di comprendere la verità dei vari singoli teologi e di far quindi posto alle loro dottrine, nessuna di queste mi permette di capire san Tommaso… Sia stato per buona sorte o si sia trattato di un lampo di genio o di un favore particolare della Provvidenza, fatto sta che san Tommaso, trovandosi ad operare una sintesi della sapienza universale umana, filosofica e teologica, ha per così dire individuato subito un principio primo, un principio che non potesse essere incluso in nessun altro e tale che tutti gli altri princìpi concepibili fossero necessariamente inclusi in esso. Si aggiunga che questo principio può includere gli altri senza toglier loro nulla della loro specificità…
Il principio primo del tomismo è la nozione di essere, intesa nel senso prettamente tomista di “ciò che possiede l’atto d’essere”. Come mai questa concezione domina e sovrasta tutte le altre? Perché avete un bel parlare di tutto quel che vi pare, ma se ciò di cui state parlando non esiste, non è un essere, allora voi parlate del nulla. C’è chi dà preferenza a una filosofia dell’unum, o del bonum, o dell’ens, o della relatio, eccetera. Ma l’unum, il bonum, il verum, l’ens se non esistono non sono niente; e quanto alla relazione, se non è stabilita tra esseri attuali resta una relazione fra un nulla e un altro nulla; e concludiamo dicendo che la tanto famosa composizione di atto e di potenza, se non è unione fra un essere in atto e un essere in potenza, realizza soltanto una unione fra due nulla.
Nessuna sorpresa, perciò, se san Tommaso ricorre uno dopo l’altro a questi diversi princìpi d’intelligibilità per spiegare il reale nei suoi diversi aspetti, perché essi sono tutti legittimi, essendo basati sull’unità trascendentale dell’atto d’essere. Ed è perciò comprensibile che il tomista si trovi a suo agio anche in quelle dottrine che si rifanno ai vari trascendentali, a questa o a quella proprietà fondamentale dell’essere. Tutte queste dottrine dicono la verità, anche se non la dicono completamente; e, dato che certuni sono particolarmente sensibili a un determinato aspetto della verità, è bene che ci siano dottrine che mettano in evidenza questi determinati aspetti.
Ma chi è capace di ricomporli, questi aspetti, nella visione unitaria di un unico principio, non trova difficoltà a riconoscerne il giusto valore e l’importanza, mentre chi si mette a guardare l’insieme da un angolo visivo ristretto e limitato, e comunque non in una prospettiva universale, sarà naturalmente pronto a negare o sottovalutare gli altri, come se l’unico punto di vista valido fosse il suo… Qui sta secondo me l’arcana ragione che ha fatto scegliere alla Chiesa san Tommaso come suo doctor communis e patrono di tutte le scuole in cui s’insegna la dottrina cristiana. Non nego che una simile norma possa crear fastidio o intralcio a chi la pensasse diversamente; però, non minaccia la libertà di nessuno…
A tutti coloro che tentennano ed esitano a tenergli dietro, il seguace di san Tommaso potrebbe ben ripetere le parole che Beatrice rivolge a Dante (Par. V, 10-12):
E s’altra cosa vostro amore seduce,
non è se non di quella alcun vestigio
mal conosciuto, che quivi traluce.
Tante sono le dimore nella casa del Padre; quel che conta è che tutti stiamo al riparo sotto lo stesso tetto».
Davvero una lezione da non dimenticare.
[...] su un grande della filosofia, di cui ricorre quest’anno il trentennale dalla morte. Leggi qui, su Lettere Paoline A suo tempo avevo postato uno scritto di Gilson, “Sulla via del realismo”, [...]