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Archeologia delle chiese

Alexandra CHAVARRÍA ARNAU, Archeologia delle chiese. Dalle origini all’anno Mille, Carocci, Roma 2009, pp. 260, euro 23,20.

L’ottimo lavoro introduttivo approntato da Alexandra Chavarría Arnau, ricercatrice e docente di Archeologia medievale presso l’Università di Padova, copre un arco di tempo di quasi mille anni.

L’indagine è articolata in tre sezioni tematiche: «Simboli, forme e significati» (pp. 21-120) affronta i problemi connessi all’articolazione degli spazi (e dei tempi) liturgici, alle principali tipologie architettoniche degli edifici di culto, all’organizzazione interna delle chiese e alle complesse relazioni fra committenza, maestranze e strati sociali delle comunità; «Contesti e funzioni» (pp. 121-192) si sofferma sui rapporti fra le chiese e gli ambienti circostanti, e sulla progressiva “cristianizzazione” del paesaggio urbano e rurale a partire dal IV secolo; «Stratigrafia e interpretazione» (pp. 193-213) offre alcune indicazioni pratiche sui metodi che permettono di stabilire l’antichità di una chiesa, e di impostarne una corretta indagine archeologica. Conclude un’ampia e aggiornata bibliografia di base.

Nel panorama storiografico degli ultimi vent’anni, lo studio degli edifici di culto ha assunto un ruolo sempre più centrale per la comprensione del cristianesimo, soprattutto in considerazione delle profonde trasformazioni sociali e culturali intervenute nel periodo della “tarda antichità”.

Il volume, pensato per chi si accosta per la prima volta a questo tipo di argomenti, presenta dunque alcuni temi di base, integrando efficacemente fonti scritte e dati materiali: «le prime – spiega la quarta di copertina – ci consentono di ricostruire lo sviluppo della liturgia e dunque di comprendere l’articolazione degli spazi dei luoghi di culto; i secondi di analizzare il contesto insediativo in rapporto al quale le chiese sono state costruite, dapprima in città, dove fissò la propria sede il vescovo, e poi nelle campagne. La progressiva cristianizzazione degli spazi è stata uno degli elementi fondanti di quel nuovo mondo che si è venuto delineando, in Occidente come in Oriente, fra tarda antichità e alto medioevo. Le chiese, come luoghi di sepoltura, sono state altresì, fin da quei secoli di radicali cambiamenti, sede di auto-rappresentazione e di confronto tra i differenti segmenti di una società multietnica e multiculturale. Per restituire questi molteplici aspetti, l’archeologo dovrà dapprima ricostruire la sequenza delle singole chiese e del loro contesto, approdare poi ad una visione di rete a scala più ampia e proporre infine un’interpretazione storica basata su tutte le fonti a disposizione».

Il Savonarola di Cordero

Franco Cordero, Savonarola, Bollati Boringhieri, Torino 2009, pp. CXCIV-366, VIII-560, VIII-668, VIII-823, euro 75.


Questa settimana ci permettiamo di riprendere unariosa recensione dell’amico Carlo Gambescia:

«Ci sono libri che vanno letti. Sempre. Nei quali però non si deve cercare l’ultima parola su un certo argomento. Ma neppure, maliziosamente, la penultima. Vanno letti, se ci passa l’espressione, perché “immunizzano”. E liberano il lettore dal pericolo del sapere a buon mercato e dai giudizi superficiali dei parassiti dell’editoria. E che una volta chiusi mettono al riparo il lettore, anche di buona o discreta cultura, dalla velleità di riuscire a sapere tutto su un certo argomento, e magari con modico impegno.

Uno di questi libri è sicuramente il Savonarola di Franco Cordero, titanica biografia in quattro volumi del fiammeggiante predicatore domenicano, usciti per Laterza tra il 1986 e il 1988, ora riediti, con una nuova prefazione del giurista, da Bollati Boringhieri. Cordero nella densa prefazione pareggia i conti con i disistimatori… Ma lasciamo ai lettori il piacere, o addirittura la goduria, di scoprire nomi e cognomi delle navi ammiraglie giustamente colpite e affondate… E con che stile.

Ma veniamo al libro. Il Savonarola di Cordero è un “razzista dell’anima”, che odia le anime “tiepide”. E che punta a una dittatura “egoteocratica”. La sua vicenda politica evolverà per gradi, tra il novembre del 1494 e il maggio del 1498: dalla “pietà” alla “forca”, per così dire; morirà, inviso a tutti, Papa, Principi e Re, a cominciare dalla monarchia francese, nella quale il predicatore aveva confidato. Non è quell’uomo del Rinascimento, dipinto da certa storiografia compiacente al canone moderno, ma neppure un proto-Lutero o un post-modernista mancato… o addirittura il “quasi santo”, di certa storiografia chiesastica. Ma una figura a metà strada tra il millenarismo medievale e quello totalitario.

Come scrive sinuosamente Cordero: Savonarola “viola le anime, padrone d’una platea in stato ipnotico; adopera spie e una polizia giovanile manesca; scalda le midolla al pubblico con processioni, roghi delle vanità, balli omofili; lascia che il partito decapiti cinque avversari, in barba alla regola che lui aveva imposto (l’appello al corpo elettorale); sotto vari aspetti prefigura tecniche novecentesche del controllo nello stato totalitario, sarebbe un perfetto inquisitore. Che combatta corruzione ecclesiastica, immoralità pubblica, egoismo oligarchico, è il lato positivo: nessuno glielo contesta; qui valutiamo i mezzi e lo stile”.

Insomma un Savonarola che in fondo, proprio per la sua sfortunata sorte, può anche destare un filo di simpatia umana… Se ci si passa il brusco cambiamento di registro, dal drammatico al comico: il predicatore, anche per certe espressioni (“Dio manderà lo adiutorio”; “lo spirto subtratto”, eccetera), ricorda quel monaco Zenone, trascinatore delle malmesse truppe crociate del Brancaleone monicelliano: il quale precipita nel vuoto, proclamando che “lo cavalcone”, come la Firenze piagnona di Savonarola, “è saldo”…

Battute a parte, anche Savonarola, nonostante il troppo supposto aiuto di Dio, precipiterà verso la morte, salendo sul patibolo. Proprio a causa del suo essere profeta disarmato, come già aveva notato, rallegrandosene, il laico Machiavelli. E anche Cordero, tutto sommato, sembra essere d’accordo con l’autore de Il Principe. Queste, grosso modo, le tesi del libro. Prendere o lasciare. Ma se si prende, si può godere della lettura di un testo ricco e documentato, ma anche spigoloso e poco incline alla ricerca del consenso facile.

Presupponiamo perciò che in più di vent’anni il libro di Cordero non abbia ricevuto grandi premi e riconoscimenti. Il che è un merito. Libri complessi, estranei al circuito del birignao fieristico, come il Savonarola, vanno letti perché forgiano il lettore. Dal momento che, come in montagna, una volta superate certe quote, oltre a godere di una vista migliore, il lettore acquista la consapevolezza dello scalatore. E soprattutto capisce e apprezza la giusta distanza che lo separa (e “deve” separarlo) da un montanaro delle anime del calibro del professor Franco Cordero».

Fonte: carlogambesciametapolitics.

Angeli (e burocrati)

Giorgio AGAMBEN – Emanuele COCCIA (edd.), Angeli. Ebraismo Cristianesimo Islam, Neri Pozza, Vicenza 2009, pp. 2048, euro 70.

Giorgio Agamben, docente di Filosofia teoretica all’IUAV di Venezia, non è nuovo ad incursioni nel territorio della teologia e delle dottrine religiose, in particolare ebraiche e cristiane. In questo ponderoso volume, composto a quattro mani con Emanuele Coccia (docente di Filosofia medievale presso la Albert-Ludwigs Universität di Friburgo, in Germania), Agamben prosegue idealmente le proprie ricerche “teologico-politiche” sulla genealogia delle forme di governo in Occidente, giunte a compimento nel precedente volume Il Regno e la Gloria (pubblicato sempre da Neri Pozza nel 2007, e in seconda edizione da Bollati Boringhieri: si vedano in particolare le pagine del capitolo sesto, Angelologia e burocrazia, che anticipano i temi del presente libro).

Al centro dell’attenzione, in questo caso, è appunto il tema degli angeli, segreto Leitmotiv di tante speculazioni novecentesche. L’immagine di queste creature, come avverte la quarta di copertina, «è penetrata così profondamente, oltre che nelle preghiere e nelle liturgie quotidiane, nella filosofia, nella letteratura, nella pittura, nella scultura, ma anche nei sogni a occhi aperti, nelle sottoculture e nel Kitsch, che una comprensione anche semplicemente coerente dell’argomento sembra impossibile. In che modo gli angeli comunicano fra loro, e con gli uomini di cui si prendono cura? Hanno un vero e proprio corpo, o una specie di manichino che ogni volta assumono e lasciano cadere? E qual è il loro sesso? Sono capaci di sentimenti, possono ridere o piangere? Ma, soprattutto, qual è la loro funzione nel governo divino del mondo?».

L’antologia ripercorre tutti questi interrogativi, che a un lettore moderno potranno apparire esotici o semplicemente assurdi, attraverso le principali voci dell’angelologia ebraica, cristiana e musulmana, dalla Bibbia a Maimonide, da Origene a Tommaso d’Aquino, da Avicenna al sufismo, con brevi introduzioni a ciascun testo e autore: «ne esce un’immagine completamente nuova, in cui le delicate creature alate che ci sorridono dai quadri di Giovanni Bellini mostrano improvvisamente i tratti terribili della milizia divina e quelli loschi di una sterminata burocrazia celeste, che tiene nelle sue mani non soltanto le fila dei rapporti fra il divino e l’umano, ma anche la stessa posta in gioco della politica occidentale».

Per una riflessione critica sui presupposti e sugli esiti di questa ricerca, si può leggere la maliziosa (e provocatoria) recensione pubblicata da Roberto Beretta su “Avvenire”, qui.

Dan JAFFÉ, Jésus sous la plume des historiens juifs du XXe siècle. Approche historique, perspectives historiographiques, analyses méthodologiques, Préface de Daniel Marguerat, Éd. du Cerf, Paris 2009, pp. 414, euro 33.

Dan Jaffé, docente di Storia delle relazioni tra giudaismo rabbinico e cristianesimo primitivo presso l’Università Bar-Ilan di Tel Aviv, è già noto al pubblico italiano per una limpida monografia sull’immagine di Gesù, di Paolo e dei primi cristiani nella letteratura rabbinica: Il Talmud e le origini ebraiche del cristianesimo (Jaca Book, Milano 2008, pp. 236, euro 32).

In questo nuovo libro, apparso in Francia nel 2009, il promettente studioso (classe 1971) ha deciso invece di concentrarsi sul gran numero di studi storici che sono stati dedicati alla figura di Gesù, a partire dalla fine del XIX secolo, da autori di origine o di confessione ebraica. Per sistematicità, spessore e aggiornamento dei dati, l’opera si presenta come la migliore tra quelle apparse finora sull’argomento.

L’interesse ebraico nei confronti di Gesù, in particolare nel corso del Novecento, ha sicuramente aperto nuovi orizzonti alla critica storica delle origini del cristianesimo e agli stessi studi di storia dell’ebraismo, ma non dev’essere pensato – spiega Jaffé – come esente da presupposti di natura “ideologica” o “confessionale”: gli inizi di questa ricerca, come pure alcuni dei suoi sviluppi recenti, sono infatti spesso intrecciati ad operazioni di “recupero identitario” e a riflessioni di natura più generale sul rapporto fra cristiani ed ebrei (anche se non mancano, ovviamente, significative eccezioni). Proprio per questo, secondo l’autore, è importante discutere attentamente le finalità di ciascuno studioso, oltre ai metodi e agli approcci storiografici che vengono impiegati di volta in volta.

La quarta di copertina dell’edizione francese riporta in proposito alcune domande: «Un sionista militante e un ebreo liberale possono fornire di Gesù il medesimo ritratto? Quali mutamenti si osservano, all’interno della critica storica ebraica, nel corso del XX secolo? Si è forse pensato allo stesso modo, prima e dopo la Shoah? E quanto ha inciso, sulle rappresentazioni ebraiche dell’uomo Gesù, la nascita dello Stato di Israele?».

Attraverso questi (e altri) interrogativi, Jaffé guida il lettore alla conoscenza di un vasto repertorio di autori, dedicando a ciascuno di essi un capitolo della propria indagine: Joseph Salvador, Heinrich Graetz, Gerald Friedlander, Claude G. Montefiore, Samuel Cohen, Joseph Klausner, Elias Joseph Bickerman, A.Z. Marcus, Salomon Zeitlin, Hans Joachim Schoeps, Yitzhak (Fritz) Baer, H.D. Mantel, Ben-Zion Bokser, Samuel Sandmel, Schalom ben-Chorin, David Flusser, Haim Cohn, Geza Vermes, Shmuel Safrai, Paula Fredriksen, Jacob Neusner, Israel Knohl, Albert I. Baumgarten, Hyam Maccoby, Joshua Efron, Eyal Regev, Uriel Rappaport e Amy-Jill Levine.

Parafrasando una celeberrima osservazione di Albert Schweitzer, si potrebbe dire che dietro ad ognuno di questi ritratti di Gesù s’intravede non soltanto il volto del singolo studioso che l’ha composto, ma anche il multiforme insieme di domande che l’ebraismo si è posto e continua a porsi sulla propria vicenda storica.

Piero BOITANI, Il Vangelo secondo Shakespeare, con 41 tavole fuori testo, Il Mulino, Bologna 2009, pp. 175, euro 15.

È di qualche giorno fa la notizia, diffusa da Andrew Headon, uno dei curatori della bella mostra romana «Non Angli sed angeli», per cui tre firme raccolte nel Libro dei visitatori inglesi della Basilica Vaticana, alla fine del XVI secolo, proverebbero la presenza di uno Shakespeare “pellegrino a Roma”, agli inizi della sua carriera di drammaturgo presso la corte di Elisabetta I.

Al di là delle polemiche storiografiche (e interpretative) sull’identità religiosa del grande poeta e drammaturgo inglese, tutt’altro che inessenziali, si presenta questo saggio di Piero Boitani, che cerca di far luce sull’universo spirituale e umanistico del Bardo di Avon.

Come informa la quarta di copertina del libro, «Shakespeare è l’autore delle maggiori tragedie (e di alcune delle più divertenti commedie) della letteratura. Ma è anche lo straordinario inventore di trame fantastiche. Avventure per mare e sui monti, tempeste, pirati, intrecci amorosi, l’incanto della musica: storie di mariti e mogli, di padri e figlie, che si perdono, muoiono, rinascono, si ritrovano. La sua fantasia comincia a muoversi in questa direzione già nelle tragedie di “Amleto” e “Re Lear”. Poi, vola negli spazi sconfinati dei drammi romanzeschi: “Pericle”, “Racconto d’inverno”, “Cimbelino”, “La Tempesta”. In essi, ritorna sempre più spesso alle Scritture e disegna il suo personale Vangelo: terreno e immanente, ma ombra del trascendente e del divino. Fondato sulla pazienza e il perdono, aperto all’azione di Dio, alla vita, alla gioia e alla resurrezione. Dall’amen di Amleto davanti alla caduta di un passero a Lear che vuole farsi “spia” di Dio, Piero Boitani ripercorre il cammino dapprima incerto, poi sempre più sicuro, che conduce il più grande drammaturgo di tutti i tempi verso un “nuovo testamento” predicato e incarnato dalla donna: la musica delle sfere che Marina fa sentire a Pericle, la statua di Ermione che ritorna in vita, la divinità che traspare da Imogene, l’epifania sull’isola di Prospero e Miranda…».

Ennesima articolazione del mito dell’Eterno Femminino, o riflesso decifrabile di una precisa dottrina della grazia e del libero arbitrio?

Senza entrare nel merito della questione, segnaliamo il vivace dibattito sulle tesi di Barbara Frale (I Templari e la sindone di Cristo, Bologna 2009, e La sindone di Gesù Nazareno, ibid. 2009) che si sta sviluppando nel sito di Christianismus. Con tanto di risposta della studiosa viterbese (pubblicata oggi dal “Corriere della sera”) e controrisposta di Andrea Nicolotti, curatore del sito.

Da Berlino a Gerusalemme

Gershom SCHOLEM, Da Berlino a Gerusalemme. Ricordi giovanili, ed. it. a cura di G. Busi, Einaudi, Torino 2004, pp. 278, euro 21.

I ricordi giovanili di Gershom Scholem coprono gli anni che vanno dalla nascita del grande studioso (1897, nella Friedrichsgracht, «quasi un ritaglio d’Olanda nel cuore della vecchia Berlino», dice Giulio Busi nella postfazione) al suo primo periodo a Gerusalemme (1923-1925).

Cresciuto in una famiglia di ebrei “assimilati”, di tendenze generalmente anti-sioniste, il giovane Scholem deciderà di occuparsi quasi per caso di qabbalah, dopo essersi formato come matematico.

La descrizione dell’ambiente berlinese, ma anche dei vari soggiorni di studio ad Heidelberg, Jena, Berna, Monaco e Francoforte, è di estremo interesse per una ricostruzione del vivacissimo panorama del “Deutsche Judentum”. La figura di Martin Buber ne esce un po’ ridimensionata (come la propensione, allora diffusissima, ad imitarne lo stile, malignamente definita come Bubertät), Franz Rosenzweig risulta il gigante che fu, Shmuel Y. Agnon appare come un patriarca biblico e Robert Eisler come un personaggio chiave, mentre dell’amico Walter Benjamin si parla quasi di sfuggita (chi ha già letto il libro di Scholem dedicato a Benjamin, tradotto da Adelphi, non troverà che poche informazioni aggiuntive); impietoso il ritratto di Gustav Meyrink, dipinto come un cialtronesco cultore di cose esoteriche (Scholem salva solo il suo romanzo su John Dee, L’angelo della finestra occidentale).

A p. 167 si allude vagamente al «massimo esperto di quella generazione in storia della magia, un pio ebreo austriaco che una bella mattina divenne cattolico», e che «da allora in poi fu persuaso che gli argomenti ai quali aveva dedicato le sue eccellenti ricerche fossero in realtà opera del diavolo»: di chi si tratta?

Nella stessa pagina, si trova anche una delle migliori perle del libro: «Ero solito definire i tre gruppi, quello raccolto intorno alla biblioteca Warburg, quello dell’Istituto per la ricerca sociale di Max Horkheimer, e quello dei maghi metafisici di Oskar Goldberg, come le tre “sette ebraiche” più rilevanti prodotte dal giudaismo tedesco. Non tutti accoglievano queste mie parole con simpatia».

Questa nuova edizione italiana (2004: la precedente apparve nel 1988) si basa sulla versione ebraica del testo (Mi-Berlin li-Yrushalayim, 1982), e riproduce tra parentesi quadre alcuni passi omessi dall’autore rispetto alla versione tedesca (1977). È singolare la tendenza di Scholem a sbagliare, o comunque a confondere, i nomi propri degli autori e dei personaggi citati.

Divertente l’aneddoto su Agnon a Tel Aviv, che non appena vedeva Scholem arrivare a casa sua, alla vigilia del sabato, avvertiva gli ospiti dicendo in yiddish che «der jecke is gekumen, me’darf reden lashon qoidesh» («è arrivato l’ebreo tedesco, ora tocca parlare in ebraico»).

Martin GOODMAN, Roma e Gerusalemme. Lo scontro delle civiltà antiche, trad. it. Laterza, Roma-Bari 2009, pp. 744, euro 35.

Si può considerare la guerra giudaico-romana del 66-70, che condusse al tragico assedio di Gerusalemme e alla distruzione del Tempio, come il risultato di un antico clash of civilizations? È questo, in generale, l’interrogativo da cui parte il presente libro di Martin Goodman, professore presso la Facoltà di Oriental Studies dell’Università di Oxford.

«Perché si verificò questo disastro? C’era qualcosa di intrinseco nella società giudaica e in quella romana che rendeva impossibile per Gerusalemme e Roma coesistere? Le tensioni che ebbero quell’esito così drammatico, nell’agosto del 70, erano già visibili nel 30, quando Gesù predicò a Gerusalemme e poi vi morì per ordine di un procuratore romano? E, non appena i cristiani cominciarono a portare la loro fede fuori da Gerusalemme in tutto l’impero romano, quale fu l’effetto del conflitto fra Giudei e Romani sulle relazioni fra Giudei e cristiani?» (p. 28).

Dopo una prima e una seconda parte di carattere compilativo («Un mondo mediterraneo», pp. 29-176; e «Romani e Giudei», pp. 177-447), l’autore condensa l’esposizione di alcune tesi originali nella terza sezione del libro («Conflitto», pp. 449-665), anche avvalendosi dei risultati di ricerche affrontate in precedenza (si vedano soprattutto: M. Goodman, Mission and Conversion: Proselytizing in the Religious History of the Roman Empire, Oxford 1994; Id., Jews in a Graeco-Roman World, Oxford 1998; e Id., Modeling the “Parting of the Ways”, in A.H. Becker – A.Y. Reed [eds.], The Ways that Never Parted: Jews and Christians in Late Antiquity and the Early Middle Ages, Tübingen 2003, pp. 119-129).

La tesi “forte” di Goodman è che il mondo giudaico in cui Gesù visse e si trovò ad agire non fu, né mai si sentì (salvo rare eccezioni), oppresso da Roma: questo almeno fino all’anno 66, quando a Gerusalemme scoppiarono i primi tumulti anti-romani, imputabili soprattutto alla pessima amministratore di Gessio Floro, all’epoca procuratore della Giudea. Le tensioni che condussero al conflitto, spiega Goodman, dovrebbero essere valutate come il riflesso di una serie di colpi di Stato a Roma, e in particolare delle mire politiche di Vespasiano, il quale abbisognava, per la sua ascesa al potere, di un trionfo militare rapido e visibile: «non era la prima volta, né sarebbe stata l’ultima, che una guerra esterna veniva usata per mascherare imbarazzanti verità di politica interna romana, e pratiche analoghe non sono sconosciute nel mondo moderno» (p. 660).

Tra gli effetti più rilevanti di questa politica, oltre alle rivolte giudaiche del 115 e del 132 (tutte soffocate nel sangue), si può annoverare secondo Goodman anche la comparsa di un «antisemitismo cristiano», un «sottoprodotto dell’ormai secolare ostilità di Roma nei confronti dei Giudei». Questo spiegherebbe, in parte, anche la decisiva «separazione delle strade» fra giudaismo e cristianesimo, occorsa a partire dalla fine del I secolo più che altro per volontà degli stessi gruppi cristiani, i quali avrebbero avuto tutto l’interesse a non presentarsi come una mera “variante” del giudaismo, per non attirarsi ulteriormente il disprezzo del mondo romano, terreno irrinunciabile (e conteso) per la missione e la propagazione del proprio messaggio religioso.

Gli uomini della Natività

Una bella riflessione “natalizia” di Olivier Clément, tratta dal suo recente libro-intervista Memorie di speranza (a cura di Jean-Claude Noyer, trad. it. Jaca Book, Milano 2006):

«Talvolta, nei momenti di scoraggiamento, mi viene un dubbio: e se tutto ciò fosse solo un sogno? Questi cristiani talmente ordinari (io per primo), talmente divisi, attaccabrighe, gli uni più o meno persi nell’umanitarismo, gli altri chiusi in un pietismo senza orizzonti, in un moralismo spietato, sarebbero questi gli uomini della Natività?

La liturgia prosegue, monotona, estranea alle angosce degli uomini. Prorompe un salmo di maledizione, io mi scuoto come un dormiente che si svegli, ed esco, tocco un ramo, già ci sono le gemme, io sono vivo, e la vita in me viene dall’aldilà della vita: ma cosa significa tutto ciò?

Mi viene la tentazione di Kirillov, che si immergeva, al di là del bene e del male, nella contemplazione di una semplice foglia, di una foglia autunnale, gialla, con ancora un po’ di verde, l’impeto delle nervature, l’eternità nell’istante, l’estasi d’essere. Eppure io morirò. E Kirillov si è ucciso, non si è immortalato. Allora torno in chiesa. Ho bisogno che il Bambino nasca anche per me, nel mio cuore. Vano il cristianesimo? Molti lo dicono. Penso alla dimostrazione “negativa” (così come si dice “teologia negativa”) che ha proposto Jean Delumeau, all’inizio del suo libro Le ragioni di un credente. Supponiamo, dice, che sparisca dai nostri paesaggi, dalla nostra cultura, dalla struttura stessa della nostra sensibilità, tutto ciò che proviene dal cristianesimo. Cosa resterebbe? La già vecchia “nuova destra”, almeno in Francia così paganeggiante, avrebbe i suoi megaliti e la sua volontà di potenza: io preferisco la più umile chiesa dell’Alvernia o dell’arcipelago greco, preferisco la compassione ed il perdono. L’ateismo costituito, d’altronde, che bellezza ha creato? Cosa andavamo a vedere in Unione sovietica (e anche oggi in Russia): il mausoleo di Lenin o le icone di Teofane il Greco o di Rublëv?

Certo, i tempi di cristianità hanno peccato gravemente contro il dono più prezioso del Vangelo all’umanità: la libertà. Il Dio che si fa bambino non s’impone, deve fuggire mentre massacrano gli innocenti. Nel deserto, Gesù rifiuta il miracolo magico e l’onnipotenza divinizzata (cioè satanizzata) che attirerebbero a lui gli uomini come schiavi incantati. Tace quando gli bendano gli occhi, lo colpiscono e lo scherniscono: “Profeta, profetizza, dicci chi ti ha colpito!”. Non scende dalla sua croce. Risorto, non si mostra né all’imperatore né ai grandi sacerdoti, ma soltanto a quelli che credono in lui, a quelli che, nella magnifica libertà della fede, discernono, fino ad oggi, il Trasfigurato nello Sfigurato, coperto di sputi e sangue.

I tempi della cristianità hanno avuto la tendenza a fare del cristianesimo l’ideologia obbligatoria della società. Allora è venuta la rivolta moderna contro queste immagini vincolanti di Dio. Ma la rivolta sfocia oggi nel nichilismo, in uno scetticismo più o meno cinico. Il pianeta si unifica ma nel caos, nell’ingiustizia, nella distruzione o nello spasmo astioso delle culture non occidentali. Del resto il cristianesimo, così spesso privo di dimensione cosmica, ha lasciato che si sviluppasse un prometeismo che ci minaccia oggi di mostruosità genetiche e di un suicidio collettivo, nucleare o ecologico.

Non si supererà la modernità rifugiandosi nei suoi margini, che essa raggiunge irresistibilmente, trasformando le religioni orientali in ideologie o in scientismo dell’interiorità. Non si supererà la modernità se non dal di dentro: non con un Dio chiuso nella sacralità, ma col Dio venuto nel cuore stesso delle nostre tenebre, nel cuore stesso del profanato: e qual è la profanazione più grande se non il massacro degli innocenti, il massacro dell’Innocente? Non si supererà la modernità se non con il Dio che non nasce su un altare, ma in una mangiatoia…».

A tutti gli amici e lettori, i nostri più cari auguri di un lieto Natale.
Ci diamo appuntamento ai primi di gennaio. A presto!

Nikos A. SALÌNGAROS, No alle archistar. Il manifesto contro le avanguardie, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 2009, pp. 352, euro 18.

Ha già fatto discutere, e ci auguriamo che continui a farlo, il saggio Antiarchitettura e demolizione di Nikos A. Salìngaros, docente di Matematica presso l’Università di San Antonio, nel Texas, e Visiting Professor nelle università di Roma Tre e di Delft, in Olanda, e presso il Politecnico di Monterrey (Queretaro, Messico).

Questo nuovo libro, pubblicato sempre da Libreria Editrice Fiorentina, si presenta come un’opera collettiva ed eterogenea, che raccoglie interviste e interventi polemici (ad es. «C’era una volta il bello», «Contro l’ecofobia»), contributi di carattere teorico («Geometria e vita dello spazio urbano»), manifesti programmatici («Verso una nuova filosofia urbana») e veri e propri saggi di storia culturale, dove la critica dei fondamenti dell’architettura modernista (Le Corbusier, Loos, etc.) si trasforma in una critica globale del fondamentalismo, sia esso religioso o “geometrico”.

Come scrive Peter Glidewell, introducendo un intervento di Salìngaros intorno al progetto di Arata Isozaki per la nuova uscita degli Uffizi a Firenze, «uno dei più frequenti equivoci nel giudicare le nuove architetture all’interno delle città storiche è quello di prenderle in considerazione secondo il gusto del momento, alla stregua di una giacca o di un paio di scarpe. Ma gli armadi sono pieni di errori commessi in un momentaneo entusiasmo. Purtroppo gli edifici sono immobili, spesso in cemento, e non possiamo dimenticarli. Salìngaros ci fornisce elementi di grande chiarezza, per opporci alle accuse di respingere la modernità in quanto tale» (pp. 115-116).

Una prospettiva, questa, che sembra quasi echeggiare le parole di Paolo ai Corinzi: «Come un sapiente architetto io ho gettato il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce… anche se sopra questo fondamento si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno o paglia, l’opera di ciascuno sarà resa palese: la svelerà quel giorno che si manifesterà col fuoco».

Pare quindi che il momento del giudizio sia arrivato: le “archistar” sono avvertite.

NOTA: Alcuni contributi di Salìngaros si possono leggere nella rivista online Il Covile, a cura di Stefano Borselli.

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