Feeds:
Articoli
Commenti

Sarà Benedetto XVI a celebrare il restauro ultimato della Cappella Paolina, il prossimo 4 luglio, dopo i lavori che hanno impegnato per sette anni lo staff dei Laboratori di Restauro Dipinti Vaticani, sotto la direzione di Arnold Nesselrath.

Dettaglio dalla Conversione di Saulo

Dettaglio dalla Conversione di Saulo

Come scrive Laura Gigliotti, per Il Giornale, «si tratta della cappella “parva” dei Palazzi Apostolici, o Cappella del Santissimo Sacramento, riservata al Papa e alla famiglia pontificia. “Più ancora della Sistina, questo è il luogo identitario della fede cattolica», dice il direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci. Fin da quando Paolo III Farnese incarica Antonio da Sangallo della costruzione (1537-1542) e Michelangelo dei due affreschi con la Conversione di Saulo e la Crocifissione di San Pietro, tutti i pontefici se ne occupano. A cominciare da Gregorio XIII che, 25 anni dopo Michelangelo, chiama a completare la decorazione Lorenzo Sabatini e Federico Zuccari. Per finire con Paolo VI, che negli anni ’70 modifica la posizione dell’altare. Se l’attenzione è tutta incentrata sul Michelangelo ritrovato sotto nero fumo, ridipinture e ritocchi, il restauro si è rivolto anche alle altre opere, conservando l’armonia dell’insieme e cercando di recuperare l’aspetto dell’ambiente al tempo di Gregorio XIII e Paolo V, fra il 1575 e il 1620».

Tra i particolari riemersi grazie all’operazione di restauro, vi sono alcune significative correzioni apportate da Michelangelo alla scena della crocifissione di Pietro, oltre a una piccola veduta di Damasco dipinta a secco sopra la figura di Saulo/Paolo.

La Cappella Paolina, in quanto riservata alla devozione privata del pontefice e all’adorazione eucaristica, resterà comunque esclusa dal percorso ordinario dei Musei Vaticani, anche se si promette una certa “elasticità” nella concessione di permessi speciali. Per saperne di più, c’è la pagina dedicata al restauro nel sito dei Musei Vaticani.

Dopo le precedenti edizioni a Edimburgo, Vienna e Auckland, è finalmente approdato a Roma l’International Meeting della Society of Biblical Literature (dal 30 giugno al 4 luglio 2009).

L’edizione di quest’anno è doppiamente speciale. Da un lato per la sua inedita collocazione italiana, dall’altro per lo scenario in cui si svolge: che è quello offerto dalla Pontificia Università Gregoriana, e soprattutto dal Pontificio Istituto Biblico, del quale ricorre il centenario della nascita (venne fondato nel 1909 da Papa Pio X, e immediatamente affidato ai sacerdoti della Compagnia di Gesù).

Palazzo Muti Papazzurri, Roma, 1747.

Non per nulla, la celebrazione d’apertura del convegno è coincisa proprio con un panel presentato da Maurice Gilbert s.J., docente al Biblico, dal titolo The Pontifical Biblical Institute: A Century of History, introdotto dai saluti dell’attuale Rettore dell’Istituto, José María Abrego de Lacy s.J. Accanto a loro, Kent Richards (Society of Biblical Literature), Paul Achtemeier (Union Theological Seminary), Lawrence Boadt (Washington Theological Union) e James Kugel (Università di Harvard).

Nel sito della SBL potete consultare il programma dettagliato dei seminari, diviso per data e orario, e un panorama analitico delle varie sessioni di lavoro.

Fra i relatori c’è anche chi scrive, all’interno di una sessione suggestivamente intitolata “From Early Christian Texts to Jesus: Is a Way Back Still Possible?”. L’intervento riguarda la vexata quaestio del rapporto tra Paolo e lo sviluppo delle prime tradizioni orali su Gesù, e prevede la discussione  di uno dei suoi casi più controversi.

«Tutto questo riempie il nostro animo di profonda emozione»: sono le parole che Papa Benedetto XVI, poche ore fa, ha usato per annunciare i risultati della prima, storica ricognizione del sepolcro di San Paolo Fuori le Mura, alla ricerca delle spoglie mortali dell’apostolo.

Benedetto XVI a San Paolo Fuori le Mura, davanti al sepolcro dellapostolo.

Benedetto XVI davanti al sepolcro dell'apostolo.

«Nel sarcofago – ha spiegato il Santo Padre – è stata praticata per la prima volta una piccolissima perforazione, per introdurre una speciale sonda, mediante la quale sono state rilevate tracce di un prezioso tessuto di lino colorato di porpora, laminato con oro zecchino e di un tessuto di colore azzurro con filamenti di lino. È stata anche rilevata la presenza di grani d’incenso rosso e di sostanze proteiche e calcaree. Inoltre, piccolissimi frammenti ossei, sottoposti all’esame del carbonio 14 da parte di esperti ignari della loro provenienza, sono risultati appartenere a una persona vissuta tra il I e il II secolo. Ciò sembra confermare l’unanime e incontrastata tradizione che si tratti dei resti mortali dell’apostolo Paolo».

Nei prossimi giorni, ovviamente, se ne saprà di più. Del resto, questo speciale anno giubilare dedicato all’apostolo non poteva che concludersi così: con un bel “to be continued”.

Dal sito Apcom:

«Torna alla luce la più antica icona di San Paolo. L’affresco, datato fine del IV secolo, è stato scoperto il 19 giugno, durante i restauri nelle catacombe romane di Santa Tecla coordinati dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Lo annuncia l’Osservatore romano, a pochi giorni dunque dallo scadere dell’anno paolino.

“Una sensazionale scoperta”, che “impressiona gli archeologi che seguono il lavoro da più di un anno”, sottolinea l’Osservatore. Durante il restauro di una decorazione pittorica di un cubicolo della catacombe, sulla via Ostiense, il laser ha messo in luce “il volto severo e ben riconoscibile di san Paolo”, tra i più antichi e i più definiti che ci abbia consegnato la civiltà figurativa dell’antichità cristiana. Anzi, scrive l’Osservatore, “per le sue caratteristiche può essere considerato la più antica icona dell’apostolo finora conosciuta”.

Il ritratto di Paolo presso le catacombe di Santa Tecla, Roma.

Il ritratto di Paolo presso le catacombe di Santa Tecla.

Il volto, “circondato da uno sfavillante clipeo giallo oro su rosso vivo, emoziona per il suo graffiante espressionismo e appare come un’icona forte ed eloquente dell’Apostolo delle genti, un volto d’epoca, che ci accompagna verso quella missione che la Chiesa di Roma, tra il IV e il V secolo, affida alla figura di Paolo nella conversione al cristianesimo degli ultimi pagani”.

Nelle nuove pitture scoperte nel cubicolo di Santa Tecla appaiono ambedue i volti dei principi degli apostoli, definiti in tutte le peculiarità fisionomiche, che li caratterizzeranno nella civiltà figurativa tardoantica, bizantina e medievale e che giungono sino ai nostri giorni.

La compresenza di Pietro (la sua immagine è purtroppo molto rovinata dal punto di vista conservativo) e Paolo nel soffitto del cubicolo, seppure arricchita dalle altre due immagini per ora ingiudicabili, “ci accompagna – scrive ancora l’Osservatore – verso quello slogan della concordia apostolorum, ideato quale elemento determinante dell’ambizioso progetto politico-religioso della renovatio Urbis, pensato simultaneamente dalla propaganda imperiale e da quella pontificia, nell’ultimo scorcio del IV secolo e nei primi decenni del seguente, in perfetta sintonia con la cronologia dei nostri affreschi”».

Per saperne di più:

- l’articolo dell’Osservatore Romano (di Fabrizio Bisconti);

- un’intervista a Barbara Mazzei, direttrice dei lavori di restauro;

- il sito della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra.

Ai lettori e agli amici

Nelle prossime settimane, a causa di svariati impegni, ci sarà difficile aggiornare questo blog. Anche il nostro sito principale, letterepaoline.it, subirà qualche battuta di arresto.

In ogni caso, non dovete aspettarvi festeggiamenti speciali per la chiusura di quest’anno giubilare: l’Anno Paolino, per noi, non finirà di certo col 29 giugno. Ci sono ancora molte cose da dire, e intendiamo proseguire assieme a voi questo cammino alla riscoperta di Paolo e del cristianesimo delle origini.

L’estate porterà buoni consigli e qualche novità (anche da un punto di vista “estetico”). Cercheremo da subito di offrire una breve introduzione a ciascuna delle lettere di Paolo, oltre a una presentazione di alcuni aspetti del suo messaggio. Vi chiediamo soltanto un po’ di pazienza e di comprensione.

Chi volesse contribuire al progetto, proponendo articoli, recensioni o segnalazioni, può farlo scrivendoci direttamente all’indirizzo di posta elettronica letterepaoline [chiocciola] gmail.com. A presto!

Questione di veli

1Cor 11,2-16 è sicuramente tra i brani più dibattuti e controversi dell’intero epistolario paolino. In questo passaggio, in effetti, Paolo sembra affrontare una serie di temi oggi all’ordine del giorno: il ruolo della donna nel cristianesimo, i criteri per la soluzione dei conflitti che sorgono all’interno di comunità religiose, il rapporto tra dimensione pubblica e dimensione privata di un gruppo sociale, l’uso e il valore di alcuni segni di differenziazione sessuale (ad esempio il velo) in contesti liturgici o più ampiamente comunitari. Per tutti questi motivi, il brano si presta volentieri ad attualizzazioni forzate e talora del tutto arbitrarie.

L’esegeta Giancarlo Biguzzi, affrontando proprio questo passaggio paolino, parte da una distinzione polemica fra “esegesi” ed “eisegesi”: «Il termine “esegesi” è abbastanza conosciuto, e da Platone in poi significa “interpretazione”, essendo composto dal verbo “condurre” (ēgeomai, agō) e dalla preposizione “fuori (ex-)”: fare esegesi è dunque estrarre da un testo il suo significato. Più sconosciuto è il termine “eis-egesi” usato per dire polemicamente che c’è il pericolo di mettere dentro (eis-ēgeomai) a un testo quello che nel testo non c’è».

Riguardo a Paolo, precisa l’autore, c’è poi «da chiedersi che cosa dalle sue lettere è possibile ricavare» su vari argomenti, ad esempio sul suo modo di concepire la donna, «e che cosa invece nelle sue lettere non c’è ma, influenzati dallo spirito del tempo, gli interpreti sono stati portati a introdurvi eis-esegeticamente».

Un’osservazione analoga viene fatta da Gillian Beattie, nel libro Women and Marriage in Paul and His Early Interpreters, a proposito dei ripetuti tentativi di considerare 1Cor 11,2-16 come il frutto di un’interpolazione non paolina: «The authorship of controversial passages like the one under discussion here simply cannot be decided on the basis of scholars’ own presuppositions concerning what Paul “ought” have said about women, discomforting though the implications might be of having to accept seemingly misogynistic statements as authentically Pauline».

Ma perché spendere così tante cautele? Una lettura diretta del brano di 1Cor potrà farcelo intuire.

(Continua su letterepaoline.it)


Nelle prime pagine del suo libro su La pensée de Saint Paul (1941), Jacques Maritain sostiene che «l’insegnamento di san Paolo è inseparabile dalla sua esperienza di vita. Egli non è soltanto un chiamato come gli altri apostoli; è un convertito, è il primo grande convertito scelto per portare lontano il nome di Cristo, e la sua missione dottrinale è l’irradiarsi prodigioso di quell’istante, più prodigioso ancora, in cui avvenne la sua conversione interiore. È necessario, dunque, conoscere anzitutto qualcosa della sua esperienza, per quel che ne sappiamo in base alla sua personale testimonianza, e conoscere qualcosa della sua vita e dei suoi viaggi apostolici» [1].

Queste considerazioni, apparentemente cautelative, dimostrano in realtà una straordinaria acutezza ermeneutica, perché ci ricordano il carattere dinamico dell’elaborazione teologica dell’apostolo, l’idea cioè che ad agire in Paolo sia una cognitio experimentalis in continua evoluzione, che ha il suo centro nella celeberrima rivelazione di Damasco, e la sua irradiazione nelle due fasi della predicazione missionaria: la fase orale, che prevedeva la fondazione delle varie comunità, e la fase epistolare, che mirava a un controllo dello sviluppo spirituale dei seguaci in condizioni di assenza personale.

«La sapienza annunciata da Paolo – continua Maritain – non è la sapienza dei filosofi; è la sapienza dei santi. Non è la sapienza che si acquisisce con le forze naturali della ragione, è un dono di fede… Questa sapienza scandalizza tanto l’attesa giudaica di un Messia trionfante nella gloria temporale, quanto l’orgoglio di chi, come i Greci, non vuole inchinarsi con la propria intelligenza di fronte alla santità di Dio; scandalizza ogni essere che misuri (ed è questa la vera follia) le cose divine con i parametri del visibile e dell’umano» [2].

Come ha evidenziato accortamente Piero Viotto, nella presentazione all’edizione italiana del volume, la “sapienza paolina” è difficilmente classificabile nel quadro dei diversi livelli teoretici della conoscenza elaborati dallo stesso Maritain [3]: la gnôsis di Paolo, stando all’analisi maritainiana, non è di natura filosofica (condotta cioè con la sola ragione), né semplicemente di natura teologica (condotta con la ragione guidata dalla fede, ma procedente secondo i modi del sapere umano) o mistica (condotta sotto ispirazione divina). Essa apparterrebbe alla “rivelazione”, situandosi dunque «ad un livello troppo alto per fare filosofia».

Ma cosa intende il filosofo, qui, per “rivelazione”? Una cosa, infatti, è riferirsi a quella particolare modalità di conoscenza di cui Paolo parla indicandola col termine apokàlypsis [4], un’altra è intendere il deposito stesso delle sue lettere – con il loro messaggio dottrinale – in termini di canone, ossia di verità rivelata per ispirazione e dotata di valore normativo [5].

Bisognerebbe considerare attentamente la trasformazione storica del nostro modo di leggere l’epistolario paolino, che può essere differentemente valutato: ora come una serie di lettere che l’apostolo scrisse su sollecitazione di situazioni circoscritte e specifiche, donde il loro carattere “occasionale” e non sistematico, ora come un corpus dottrinale inserito successivamente nel Nuovo Testamento, la cui unità e autorità – da un punto di vista teologico – può essere considerata trascendente rispetto ai singoli scritti che lo compongono.

In altre parole: dovremmo interrogarci sul passaggio dell’epistolario da testo che completa e integra la predicazione orale di un missionario proto-cristiano del I secolo a testo che un determinato sistema religioso può leggere come base per la propria predicazione e il proprio sviluppo dottrinale. Paolo, di certo, non poteva prevedere questo rovesciamento, così naturale per noi, che ci accostiamo a lui attraverso il filtro di una tradizione bimillenaria.

Tuttavia, se guardiamo alle ricorrenze del termine apokàlypsis negli scritti delle origini cristiane, possiamo rinvenire le tracce che hanno condotto a questo lento processo di trasformazione. In tutto il Nuovo Testamento, indubbiamente, il contenuto stesso della “rivelazione” è rappresentato dalla persona e dal messaggio di Gesù Cristo. Nel vangelo di Giovanni, però, si parla della promessa dello Spirito, che condurrà i seguaci del Signore alla «verità tutta intera» (cf. Gv 14,28; 15,26; 16,13).

Anche Paolo, a ben vedere, postula qualcosa di analogo. Egli insiste sul fatto di aver ricevuto personalmente un’apparizione del Risorto (cf. ad es. 1Cor 9,1; 15,1-11), e di esserne in qualche modo “latore”: Cristo parla e agisce per mezzo dell’apostolo (Rm 15,18; 2Cor 13,3), e il messaggio apostolico comincia in tal modo ad essere figurabile come “parola di Dio” (cf. Lc 5,1 e 8,21 con 1Cor 14,26 e Col 1,25).

Il seguace di Cristo, in definitiva, sarebbe caratterizzato da un originale patrimonio sapienziale e da una particolarissima modalità gnoseologica, come dimostra questo stupendo passaggio della Lettera agli Efesini:

«…il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi doni una spirito di sapienza e di rivelazione per riconoscerlo; illumini gli occhi del vostro cuore perché possiate comprendere qual è la speranza della sua chiamata, quale la ricchezza della sua gloria, eredità nei santi, e quale la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi che crediamo, per l’efficacia della sua forza irresistibile» (Ef 2,17-19).

In questo brano dell’epistolario paolino, “rivelazione” e “conoscenza” appaiono inscindibili, e risultano avere per oggetto (e per soggetto) Dio. Ma di quale conoscenza si parla? Come la si ottiene? E quali sono i suoi effetti?

Per capirlo dobbiamo porre a confronto il testo con altri due passaggi di Paolo. Nella Prima lettera ai Tessalonicesi, ad esempio, troviamo una curiosa tripartizione fra “spirito”, “anima” e “corpo”:

«Che il Dio della pace vi santifichi totalmente, e che il vostro essere intero, lo spirito (pneûma) l’anima (psyché) e il corpo (sôma), si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo» (1Ts 5,23).

In questo passaggio, quasi di sfuggita, Paolo ci fornisce una singolare rappresentazione schematica dell’essere umano: una composizione tripartita, per l’appunto, di “spirito”, “anima” e “corpo”.  Nell’antropologia paolina, il corpo è realtà neutrale, animata da una psyché. A queste due realtà se ne potrebbe aggiungere un’altra, spesso nominata da Paolo: è la  sarx (“carne”), che rappresenta le forze impersonali, emotive, profonde, che si agitano all’interno dell’uomo. Psyché e sarx non sono dunque contrapposti  – come si potrebbe pensare ragionando alla maniera greca – , e non designano neppure le componenti rispettivamente “divina” e “terrena” dell’uomo: sono al contrario due analoghe modalità “creaturali”, che l’apostolo mette in rapporto, “fenomenologicamente”, a Dio. Come si evince da un esame complessivo del lessico di Paolo, i due termini vengono utilizzati per indicare che l’uomo, nella sua concretezza e integrità, è un essere mortale, naturalmente aperto al dischiudersi della trascendenza e bisognoso di essa.

Nella prima lettera ai Corinzi, del resto, possiamo trovare una sorta di antagonismo fra ciò che è “psichico” (cioè dell’anima, vale a dire “naturale”) e ciò che è “pneumatico” (cioè dello spirito, vale a dire di ciò che sta a mezzo tra il mondo naturale e il mondo soprannaturale) [6]:

«L’uomo terrestre (psychicòs) non comprende le cose dello spirito (pneûma) di Dio; sono follia per lui e non è capace di intenderle perché se ne giudica solo per mezzo dello spirito (pneûma). L’uomo spirituale (pneumatikòs), al contrario, giudica ogni cosa senza poter essere giudicato da nessuno» (1Cor 2,14-15).

Tutto ciò porterebbe a pensare che l’idea di psyché propugnata dall’apostolo sia esclusivamente peggiorativa: ma allora per quale motivo egli avrebbe augurato ai Tessalonicesi di conservarla “integra”, insieme al corpo e allo spirito? E a cosa si riferisce Paolo, quando dice che è soltanto grazie allo  pneûma che si conoscono le cose dello pneûma di Dio? Poco prima, nel medesimo contesto, Paolo aveva distinto abbastanza chiaramente lo “spirito dell’uomo” dallo “Spirito di Dio”:

«Sta scritto infatti: Cosa che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò nel cuore di un uomo, è ciò che Dio ha preparato per quelli che lo amano. Ma a noi lo ha rivelato (apekàlypsen) mediante lo spirito (pneûma) [alcuni mss. aggiungono autou, “di Lui”]; lo spirito (pneûma) infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio» (1Cor 2,9-10).

Che lo spirito cui Paolo fa allusione qui sia lo Spirito di Dio, e non lo spirito dell’uomo, lo si comprende più chiaramente dal seguito:

«Infatti, chi mai conobbe i segreti dell’uomo se non lo spirito (pneûma) dell’uomo che è in lui? Così, anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere, se non lo Spirito (pneûma) di Dio» (1Cor 2,9-11).

È da passi come questo, generalmente, che gli esegeti suppongono operante in Paolo una concezione pessimistica della natura umana, rinchiusa nel peccato e incapace di pervenire alla conoscenza di Dio. Se lo pneûma di Dio nominato poc’anzi fosse lo stesso di cui si parla in 1Ts 5,23, il passaggio implicherebbe senza dubbio una scissione violenta tra la vita “in Cristo” e la condizione decaduta dell’uomo non guidato dalla grazia. Prendendo spunto da un vecchio saggio di Henri de Lubac, tuttavia, è possibile azzardare una spiegazione decisamente più articolata.

De Lubac, correttamente, ipotizza che lo pneûma nominato in 1Ts 5,23 possa corrispondere allo pneûma dell’uomo di 1Cor 2,11, e stabilisce un rapporto fra questa nozione paolina e l’interpretazione del noûs aristotelico (il principio immortale e divino della vita intellettuale) fornita dal contemporaneo Filone di Alessandria [7].

L’Alessandrino, commentando il libro della Genesi, scrive infatti che Dio soffiò nell’uomo uno pneûma, ossia che, dopo averlo dotato di anima e di corpo, volle conferirgli parte del suo spirito: egli armonizza la concezione presente in Genesi 2,7 («Dio soffiò nelle narici dell’uomo un alito di vita»: che descriverebbe la nascita dell’uomo terreno) con quella di Genesi 1,27 («Dio creò l’uomo a sua immagine»: che descriverebbe la nascita dell’uomo celeste). Nondimeno, lo pneûma di cui parla Filone, principio di vita superiore e luogo della comunicazione con Dio, non può esser fatto coincidere in alcun modo con lo pneûma divino di cui parla Paolo, come argomenta in seguito De Lubac. Il teologo francese, su questo punto, commette un grave errore, che pregiudica la comprensione stessa dell’argomentazione paolina.

Il fatto che lo pneûma di Dio possa essere interpretato come una parte costitutiva dell’uomo (lo pneûma dell’uomo), allo stesso titolo dell’anima o del corpo, è esattamente ciò che Paolo contesta con tutte le proprie forze: quest’assunto doveva invece far parte delle rivendicazioni dei Corinzi, per i quali lo “spirito” dell’uomo finiva per coincidere proprio con quel superiore principio di vita, immortale e divino, che Filone desumeva dal racconto della creazione, e che si prestava a un’identificazione col noûs aristotelico.

Mentre i Corinzi pretendevano di accedere ai misteri di Dio in forza del loro noûs naturale, Paolo affermava che questi sono conoscibili soltanto grazie al noûs di Cristo: «Chi, infatti, conobbe l’intelletto del Signore, così da poterlo dirigere? Noi però abbiamo l’intelletto (noûs) di Cristo» (2,16).

È senz’altro vero che lo “spirito dell’uomo” non debba essere inteso come una parte costitutiva dell’uomo allo stesso titolo dell’anima o del corpo: vi è infatti una gerarchia tra questi elementi. In 1Cor 2,9, dopo aver parlato del “pneuma dell’uomo”, l’apostolo aggiunge infatti «che è in lui», con una precisazione che De Lubac stesso definisce come una «sfumatura di capitale importanza. Così ciò che per eccellenza fa l’uomo, ciò che costituisce l’uomo nel suo valore unico tra gli esseri di questo mondo, molto di più, ciò che fa di lui un essere superiore al mondo è un elemento che, piuttosto che essere “dell’uomo”, è “nell’uomo”» [8].

Dal contesto della Prima lettera ai Corinzi, tuttavia, si desume che gli avversari di Paolo rivendicavano a se stessi la qualifica di “perfetti” – ovvero “spirituali” – in base al loro possesso di uno “spirito” ch’essi immaginavano “divino”, ma che Paolo squalificava come “dell’uomo”. Grazie a questo spirito, essi pensavano di avere accesso a una «sapienza nascosta», «avvolta nel mistero» e riservata a pochi eletti. Paolo si oppose a un tale ordine di idee, affermando che la stessa natura di una «sapienza nascosta» implicava che nessuno fra i «dominatori di questo mondo» l’avesse mai potuta conoscere (1Cor 2,8). Il cuore di questa sapienza, del resto, s’identificava per lui nella morte in croce di Cristo, «scandalo per i Giudei e stoltezza per i Gentili».

Riassumendo, la differenza fondamentale che intercorre tra Paolo e i suoi oppositori a Corinto, così come tra Paolo e Filone, o tra Paolo e i successivi movimenti gnostici che a lui faranno appello (fraintendendolo), consiste in questo: mentre il possesso dello Spirito di Dio è per Paolo il risultato di un intervento escatologico, e dunque di una grazia conferita dall’alto, per gli altri è una possibilità ontologica intrinseca nell’uomo, ottenibile senz’alcun intervento da parte della divinità (per cui lo Spirito di Dio, di fatto, può essere identificato con lo spirito dell’uomo). Altra questione dirimente è su come ottenerlo, questo spirito: per Paolo, basta volerlo (tutti possono, ma solo alcuni vogliono); per gli altri, basta poterlo (tutti vogliono, ma solo alcuni possono).

Il grande conflitto fra Chiesa e “gnosi” è dietro l’angolo.

***

NOTE

[1] Cito dalla traduzione italiana del volume, Il pensiero di san Paolo (cur. P. Viotto, Roma 1964). Il lavoro di Maritain, ovviamente, non ha pretese di tipo storiografico, e sarebbe scorretto chiedere al suo testo ciò che esso stesso non si preoccupa di dare. Maritain non si lascia nemmeno sfiorare dall’ampio dibattito di ordine storico-critico, pure fiorente in quegli anni, e adotta in molti casi le soluzioni offerte dalla tradizione: in questioni minime, come ad esempio nel breve schizzo biografico di Paolo (il quale viene fatto morire un 29 giugno, «probabilmente dell’anno 67»), come pure nell’attribuzione pacifica dell’intero corpus epistolare alla mano dell’apostolo, o nella trattazione di una vexata quaestio come quella della “giustificazione” tramite la fede o tramite le opere, laddove il filosofo parigino sembra richiamarsi implicitamente alla classica armonizzazione “cattolica” fatta valere a suo tempo da Agostino.

[2] Ibid., pp. 52-53.

[3] J. Maritain, Distinguer pour unir: ou les degrés du savoir, Paris 1932 (tr. it. I gradi del sapere, Brescia 1974).

[4] Per uno primo esame della questione, rimando alla voce di A. Oepke, Apokalyptō, Apokalypsis, nel Grande Lessico del Nuovo Testamento (vol. V, coll. 82-162).

[5] Su questo tema, resta fondamentale il saggio di Bruce M. Metzger, Il canone del Nuovo Testamento. Origine, sviluppo e significato, trad. it. Brescia 1997. Sul diverso problema della nascita del “canone” paolino, cf. i contributi raccolti in S. Porter (ed.), The Pauline Canon, Leiden 2004.

[6] La distinzione tra “psichico” e “pneumatico” ricorre anche altrove, ad es. nella lettera di Giuda, che parla di «seminatori di dissidi, psychikoi, privi dello Spirito» (19), e in quella di Giacomo: «Una sapienza di questo genere non viene dall’alto, ma è terrestre, psychikē, demoniaca» (3,15). L’opposizione paolina è stata studiata da M. Winter, Pneumatiker und Psychiker in Korinth. Sum religionsgeschichtlichen Hintergrund von Ikor. 2,6-3,4, Marburg 1975: per questo autore molti testi gnostici, che risalgono al II e III secolo, deriverebbero dalle premesse concettuali dell’antitesi paolina. Nei circoli di Valentino, d’altronde, l’opposizione fornirà il destro per la rigida categorizzazione degli uomini in “ilici”, “psichici” e “pneumatici” (sull’argomento, cf. M. Simonetti, YUKH e YUKIKOS nella gnosi valentiniana, in Id., Ortodossia ed eresia tra I e II secolo, Messina 1994, pp. 141-203). B.A. Pearson (The “Pneumatikos-Psychicos” Terminiology in I Corinthians, Missoula 1973), sviluppando un’ipotesi avanzata inizialmente da H. Koester, aveva già rintracciato la base di questa opposizione paolina nell’esegesi giudaico-ellenistica di Gen 2,7 (LXX): ipotesi ripresa e perfezionata da G. Sterling, nell’importante articolo “Wisdom among the Perfects”: Creation Traditions in Alexandrian Judaism and Corinthian Christianity, “Novum Testamentum” 37 (4/1995), pp. 355-384.

[7] Vd. H. De Lubac, Mistica e mistero cristiano, trad. it. Milano 1979, pp. 59-117. Sui rapporti tra Paolo e Filone esiste un’abbondantissima bibliografia, che non è il caso di ripercorrere qui. Per un primo orientamento, fondamentale il volume collettivo curato da R. Deines e K.W. Niebuhr, Philo und das Neue Testament: Wechselseitige Wahrnehmungen, Tübingen 2004.

[8] H. De Lubac, op. cit., pp. 69-70.

Paul in His Jewish Matrix

Si apre oggi alle ore 15, presso l’Aula Paulina del Pontificio Istituto Biblico di Roma, il Simposio internazionale “Paul in His Jewish Matrix”, organizzato dal Centro Cardinale Bea di Studi Giudaici (Pontificia Università Gregoriana) in collaborazione con lo stesso Istituto Biblico, con l’Università Ebraica di Gerusalemme, con l’Università Cattolica di Leuven (Belgio) e con la Basilica Papale di San Paolo fuori le Mura.

Il programma del Simposio, che prevede la partecipazione di una ventina studiosi, è consultabile qui. Gli interventi aperti al pubblico sono due: Ed Parish Sanders, “Paul’s Jewishness” (oggi pomeriggio, alle ore 18, presso l’Aula Magna del Pontificio Istituto Biblico) ed Emanuel Tov, “The Septuagint between Judaism and Christianity” (giovedì pomeriggio, stessa ora e stesso luogo). Entrambe le conferenze saranno tenute in lingua inglese, la seconda con traduzione simultanea in italiano.

Tra gli italiani che parleranno al convegno, vi sono Antonio Pitta (“Paul the Pharisee and the Law”), Pasquale Basta (“Paul and the gezerah shawah. A Judaic Method in the Service of Justification by Faith”), Adriana Destro e Mauro Pesce (“The Heavenly Journey of Paul [2 Cor 12:1-4]: A Judaic ‘Tradition’ or a Roman-Hellenistic Religious Practice?”).

Di particolare interesse, a giudizio di chi scrive, sono inoltre i titoli proposti da Shaye J. D. Cohen (“From Permission to Prohibition: Paul and the Early Church on Mixed Marriage”) e Justin Taylor (“Paul and the Jewish Leaders at Rome: Acts 28:17-31”). Il Convegno si concluderà con un dibattito, moderato da David Satran (Università Ebraica di Gerusalemme) e Reimund Bieringer (Università Cattolica di Leuven).

Oggi, su Avvenire, è comparsa un’intervista all’esegeta tedesco Rainer Riesner, sul ruolo di Paolo nel cristianesimo delle origini. Lascia un po’ perplessi, a dire il vero, il titolo redazionale scelto per l’articolo: “San Paolo scriveva sui muri”.

Il riferimento, presumibilmente, è a una recente scoperta archeologica ricordata dallo stesso Riesner: «…a Smirne, in Turchia, grazie alle ricerche di uno studioso americano, Roger Bagnall, sono stati rinvenuti dei graffiti che fanno riferimento a Gesù; in particolare è stata decifrata la frase “Colui che dona lo Spirito”, che potrebbe essere la più antica testimonianza scritta della storia cristiana…».

La perplessità, per l’appunto, deriva dal fatto che Smirne, a differenza di quanto si afferma nel testo, non può essere pacificamente indicata come «un luogo legato alla vita di Paolo»: a meno che, naturalmente, non la si voglia includere nell’orbita dei possibili spostamenti missionari dell’apostolo (e dei suoi collaboratori) da Efeso… Ma è più prudente attenersi alle affermazioni esplicite delle fonti, che parlano di Smirne come di uno dei centri legati a Giovanni, l’autore dell’Apocalisse.

Collegamenti utili

Per chi fosse interessato, è disponibile un elenco di collegamenti utili su archeologia, iconografia e storia dell’arte, nella sezione “Risorse per lo studio” di letterepaoline.it. Si accettano suggerimenti!

Articoli precedenti »